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ESTIKAZZI

Chiusa una porta, murala

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA III ed ultima parte

Io e Rocchino abbiamo due fusi orari diversi , viviamo quindi due continenti ben distinti e separati, lui Roma nord, io borgatara.

Sul suo vivono solo persone esteticamente perfette , botulinizzate e chirurgicamente rivedute e corrette . Persone che iniziano la giornata alle dieci di mattina e la terminano alle due di notte in qualche locale dove socializzano e rimorchiano donne bionde e magre. Diversamente parlano comunque di figa

Sul mio pianeta siamo piuttosto stropicciati , quelli che non si drogano e non spacciano come me , iniziano la giornata alle sei di mattina e la terminano solo quando, stremati , si trascinano sul divano a guardare pochi minuti di tv, crollando inevitabilmente prima della fine del programma.

Rocchino mi scrive, mi telefona, mi riempie di tutte quelle attenzioni che alla maggior parte  delle donne piacerebbero da morire. Anche me (tragica scoperta)

Mi ha invitato a casa sua, sfoderato l’intero repertorio: candele, musica, cenetta preparata dalle sue sante manine.

Sorpresa da cotanto sforzo culinario resto basita, ma fedele alla mia rozzaggine, tiro fuori dalla borsa due vaschette di gelato senza alcuna confezione figa, e le metto li, con la massima naturalezza sul suo tavolo di cucina. ( saprò soltanto dopo, quanto questo gesto lo avesse stupito: coatta a prescindere)

Trascorsa la serata, io, ubriaca di emozioni meravigliosamente contrastanti e di prosecco, vengo gentilmente scortata a casa dal mio cavaliere, il quale , durante il ( diciamocelo ) lungo tragitto da casa sua alla mia, continua a coprirmi di attenzioni, baciandomi e stringendomi la mano come la cosa più preziosa da custodire prima dell’inevitabile saluto.

I giorni seguenti scorrono sereni tra telefonate , messaggini e cuoricini di ogni forma e colore, senza mai definire un successivo incontro .

Trascorsi cinque lunghi giorni, mi azzardo ad invitarlo da me per una cenetta tranquilla ed un paio di birrette fresche . Lui rilancia a sua volta invitandomi nel solito locale figo , dove si vedrà con i suoi amici.

“Ma ci vediamo lì perché io tutti questi chilometri per venirti a prendere non li faccio , sono stanco.”

(Una coatta non ne vale mai la pena)

To be continued?

 

 

 

 

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CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA parte II

Saranno stati gli assurdi messaggi del buongiorno con cappuccino e cuoricini galleggianti nel caffè , le telefonate d’ordinanza e tutto il repertorio messo in scena chissà quante volte. Questa volta per me.

Io, la deprivata, lusingata e fiera della possibilità di non soffrire più dell’invisibilta’ totale, inizio a sorridere, ammiccando e flirtando spudoratamente.

Accetto il suo invito , usciamo insieme, passa a prendermi sotto casa , passeggiamo per le vie del centro.

Poche parole , a tratti polemico , forse imbarazzato, inizia a raccontarmi la sua triste storia d’amore, di corna , di telecamere sparse per casa, solo per avere la certezza di quello che già sapeva da un pezzo : la sua compagna era una gran troia ( una enorme affinità elettiva insomma *ma chi si assomiglia si piglia*)

Un localino all’aperto, noi due ad un tavolo, niente cena ma solo un economico bicchiere di birra per tastare il terreno, prendere le misure , vedere se ci fosse stato un po’ di spazio di manovra. Massimo risultato, minimo sforzo economico.

Mi parla , mi guarda negli occhi, mi prende la mano, inizia a baciarla, accarezzarla, stringerla. Al suo approccio, rido nervosamente, tento di ritrarla, mi sento un po’ come Barbie la reginetta del ballo e la cosa mi fa sentire un’idiota .

Si fa tardi, ci avviamo verso il parcheggio e in macchina, dopo averlo un po’ incoraggiato, mi bacia. La tenerezza delle sue labbra mi disarma .

To be continued..

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA parte I

Conosco Rocchino in un locale romano , un giovedì qualunque. Si presenta e mi stupisce subito con effetti speciali mostrandomi la sua patente completa dalla A alla E

È parte del mio lavoro , comprendo la difficoltà, l’impegno, mi complimento vistosamente.

Parte un sorriso . Sguardi d’intesa. Lui non mi intriga granché, fisicamente troppo magro e troppo basso per i miei standard.

Mi racconta del suo lavoro ( non è un camionista ) del suo impegno politico, ostenta il suo impiego statale decisamente prestigioso.

Lo ignoro abbastanza, mi defilo, mi annoio , scompaio dal locale

Lo rivedo dopo un paio di giorni , altro locale, stesso copione il suo, stesso copione il mio, continuo ad ignorarlo. Faccio per andarmene lui mi placca , mi chiede il numero , è lì , pronto a scrivere. Pochi secondi di silenzio assordante , quelli in cui valuto l’ipotesi di non dargli assolutamente niente, ma ahimè cedo. Me ne pentirò , ne sono certa.

To be continued, stay tuned

COGLIERE I SEGNALI

Le cose non accadono mai per caso. Mai. Ma bisogna coglierne i segnali.

Dopo cinquant’anni ho vacillato e sono cascata su un piede. Mai successo. Un dolore allucinante mi ha stretto il cuore in una morsa, senso di nausea. Al pronto soccorso alle due di notte mi avevano diagnosticato un frattura, in realtà solo un’ incrinatura. Ma fa male.

Quella sera non sarei dovuta essere li, di ritorno dal supermercato con le buste della spesa in mano, ma con lui, la Bestia, che, senza porsi il benché minimo problema, aveva declinato il mio invito, ammettendo candidamente che non aveva voglia di vedermi. Dopo una settimana.

La notte, seduta al pronto soccorso, con due ombrelli a farmi da stampelle per camminare, pioggia battente, gente di ogni tipo intorno, mi sono chiesta: avrà pure un senso tutta questa cosa, forse avevo bisogno di sbatterci contro per aprire gli occhi, forse sarà durata pure troppo tutta questa cazzata senza senso, questo sentirsi come una palla di piombo al suo piede, un obbligo o l’ennesimo dovere da assolvere,  come la telefonata, il vedersi una volta alla settimana a casa mia o sua, la scopata che dura magari anche più del previsto “che io non mi accontento mai”.

Ed ora non faccio nulla, mi tengo il dolore, il gonfiore del piede e dei coglioni perché non posso neanche andare a correre che è la cosa che mi soddisfa di più, altro che scopata. E penso. Sono come un leone in gabbia ma penso.

 

 

Mancanze

Riesco a non pensarci, riesco anche a conviverci discretamente. E’ finita.

Finito cosa? Me l’hai scritto tu poco prima di  Natale. Una pugnalata. Sei anni di nulla.

La delusione e la successiva consapevolezza donano pace, rassegnazione, quieta serenità. Ed io ci sto dentro.

Tutto passa, tutto si trasforma ed anche il mio amore (parola che temo di più in assoluto) si è trasformato in una specie di serbatoio imbevuto di ricordi.

Lo ammetto, ho passato giorni di merda, immersa in una specie di limbo incomprensibile nel quale ho deciso, mai più  sarei ripiombata. Ma ne sto uscendo solo aggrappandomi alla convinzione di non essere io quella sbagliata, ma un’altra ad essere quella giusta.

Non eravamo speciali, nessuno in fondo lo è, fino a quando senti che qualcosa dentro manca. Per me sei tu. Per te non sarò mai io.

COSA FARESTI SE NON AVESSI PAURA?

Mi sono genuflessa, nel vero senso della parola, solo per paura.

Paura di restare sola, paura di non essere in grado di gestire la mia vita, paura della solitudine, in una parola, paura di vivere la vita. La mia.

Ora conosco perfettamente le sue modalità, i suoi giochini sui social, il suo essere uomo libero e benestante con tanto di piscina e barca, il suo volersi riscattare da una vita da marito, padre, uomo di comando, uomo frustrato ed intimidito.

Litigare ormai è l’abitudine. Sentirmi dire cose orribili anche. Scrivergli mail tenere e sentirmi dire che è solo l’ennesimo pippone è triste.

Perchè ormai è finita da tanto ma non voglio accettarlo.

Cosa resta di questa lunga storia ? Quieta rassegnazione e ad ognuno i suoi spazi: i suoi ovunque, il mio ancora non lo so.

 

 

 

VERITA’

La verità è che siamo affetti dalla stessa malattia , questo enorme , buio ed angusto baratro di paura e senso di solitudine che ci paralizza. Verso gli esseri umani , verso la vita.
Esisterà  un punto in cui ci si ferma e si risale ?
Quando inizieremo a stare bene da soli senza per forza una birra in una mano ed un telefono nell’altra .Inviato da iMary

Cuore, amore,coglione

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.

Che non è una cosa cosi, tanto per dire.

Finalmente ho deciso di smetterla di farmi fare del male, tanto per reiterare nel loop infernale del gioco al massacro. Spero duri in eterno questa potente sensazione di dominare la mia mente più di quanto riesca a dominare il mio cuore.

E dirti finalmente che mi hai proprio rotto i coglioni.

 

Quandosifasera

Ripetere ogni volta lo stesso identico copione. Dimostrare a me stessa che si, farmi volere un po’ bene è davvero un’impresa impossibile .

Entrare  li, nel mio confortevole circolo vizioso, lanciarmi all’interno e lasciarmi sbranare, consumare piano piano dagli eventi, dalle delusioni.

Alla fine accade sempre. Che a travolgermi sia quello stesso gioco, quello della verità sbattuta in faccia come uno schiaffo , quella verità che non è bastata a distruggermi la prima volta. No. Ne serve una seconda. E poi una terza.  Quella verità che mi dimostri che è vero, che a cancellarmi basta un attimo, che non sono poi cosi speciale , una  da abbracciare, ascoltare, coccolare e tenere, trattenere. Una da amare

Perchè sicuramente non ne valgo mai la pena.

E non basta sentirsi dire che no, non gli va di aspettarmi neanche una volta  per andare via insieme,  ma che sarebbe bello se gli procurassi il numero della gelataia che lo attizza. Ecco.

Questo basta .

 

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