Stasera il mio amico-stallone mi ha chiesto di uscire. Mi correggo, lui non chiede di uscire cioè passarmi a prendere in ufficio , cena e poi scopatona selvaggia, insomma tutto il repertorio. Assolutamente no. Lui chiama la sera prima, per chiedermi di andare a casa mia a scopare, cosi, senza vie di mezzo, dritto al punto. Non so quando e come è accaduto, quando è stato il momento in cui ho permesso alla disperazione di prendere il sopravvento sul rispetto.

Mi piaceva tutto di lui, credo ci fosse anche amore, viscerale, onesto, consapevole, maturo. Ad un tratto le sue sparizioni improvvise, la sua alienazione e l’essere trattata un po’ come la mignotta di turno, hanno fatto crescere in me la consapevolezza di non meritarmi altro o di non valere abbastanza. O  semplicemente ho preso quello che passava il convento,un trombamico senza impegno, uno che potesse scoparmi su una scrivania, nel bagno del mio ufficio ad ora di pranzo, una cosa cosi, fuggevole , leggera, disimpegnata

Nel frattempo sono trascorsi anni, credo siano ormai quattro e di trombate sulla scrivania e in bagno ce ne siamo fatte tante. Abbiamo provato a passare ad un livello superiore, concederci un letto, corpi nudi, mani e sesso serio, io a casa sua, lui a casa mia. Un disastro annunciato. Lui insofferente, la mattina alle sei era già schizzato via. Io a casa sua, fuggii dopo che lui ebbe uno scatto d’ira. Dopo quell’episodio decisi di metterci su definitivamente un enorme macigno, continuare cosi era praticamente impossibile. E adesso? Adesso sono consapevole dei limiti che la situazione comporta, consapevole che fuori da questo ufficio noi non esistiamo.